Bilancio (molto) provvisorio

Con cinque tappe del book tour dietro alle spalle (Palermo, Catania, Roma, Napoli e Bari) dovrei poter dire “beh, siamo quasi a metà”. E invece no: alle sei tappe rimanenti (Firenze, Parma, Bologna, Torino, Verbania, Milano) se ne sono aggiunte altre quattro (Venezia, ri-Palermo, Messina, Enna). Che certo è faticoso ma è soprattutto un’ottima notizia: insieme alla rassegna stampa ormai lunga oltre venti righe e al fatto che alcune librerie hanno riordinato il libro, significa che per un esordio non sta andando affatto male. Sta andando bene.

Ma che cosa significa “bene”? Certo è un concetto relativo, ma soprattutto è un concetto logaritmico: per passare da un livello di “bene” a quello successivo, bisogna moltiplicare le copie vendute per dieci. Cominciamo dal fatto che la maggior parte dei libri pubblicati in Italia non vende, nel senso che vende una o due copie in libreria, se le vende, e basta. Quindi con sette copie vendute già va “bene”, nel senso che si sta al di sopra della mediana, e quello già era un traguardo superato con i preorder su Amazon prima della data di uscita. Poi ci sono le settanta copie, livello due: anche quelle abbondantemente passate, in meno di tre settimane, e anche questo è “bene”. Però qui finisce la parte facile.

Per il prossimo passo logaritmico di copie vendute ce ne vogliono settecento, e quelle dipendono solo in parte dalle mie presentazioni e dalla stampa: dipendono invece, soprattutto, dal passaparola dei lettori, e il passaparola richiede tempo, perché a. uno deve avere il tempo di leggerlo, il libro, e b. posto che sia piaciuto, al lettore deve capitare di incontrare amici anch’essi lettori e consigliarlo. Superate quelle settecento, il libro è andato oggettivamente “bene” – non benissimo, ma bene senz’altro. Da lì si passa a settemila, livello quattro, e settemila per un esordio narrativo sarebbe un successone, con ristampa, fascetta e tutto: anche lì, dipende soprattutto dal passaparola. In un ipotetico scenario di livello cinque, settantamila copie, si parla di traduzioni internazionali e diritti audiovisivi, e per ora non mi pare un tema di cui preoccuparsi.

E quindi invece di scrivere noi scrittori stiamo tutti sui social media, a fare video per tre piattaforme diverse, a curare contenuti e coltivare visibilità sperando di far partire il famoso passaparola. Della vasta maggioranza del nostro tempo lavorativo i profitti non vanno a noi, né alle librerie, né tantomeno alle case editrici (business, entrambi, che hanno le loro brave difficoltà a far quadrare i conti ogni anno). Vanno a Meta, a Bytedance e ad Alphabet. Ma d’altra parte, ad oggi, in quale settore economico e professionale non funziona così?


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