Prima tappa: Palermo

Ottanta persone. Se ce ne fossero state anche solo un quarto, sarebbe stato un bellissimo punto di partenza per il book tour di Meccanica di un addio. Invece da Modusvivendi a Palermo ieri sera non c’era più dove sedersi, né dove stare in piedi. In meno di una settimana dall’uscita, hanno già venduto una sessantina di copie: se già volevo loro bene quando ero ragazzino e scoprivo la letteratura sugli scaffali di via Quintino Sella, figuriamoci adesso.

In un’ora di discussione, Piero Violante ed Eleonora Lombardo hanno raccontato al pubblico le loro analisi, interpretazioni e riflessioni sul testo, precise e colte. Ma soprattutto le hanno raccontate a me: mentre ascoltavo le loro domande e mi preparavo a rispondere tenendo a bada un inevitabile filo d’ansia, ho imparato prospettive, punti di vista e letture del mio stesso testo che non avevo inizialmente considerato, o almeno non ad un livello pienamente razionale e cosciente. Rileggendo mentalmente il testo alla luce delle loro osservazioni, ho scoperto alcuni elementi profondi che avevano trovato spazio nella scrittura, senza che facessero parte esplicitamente del disegno iniziale. Insomma: è vero che un libro è soprattutto dei suoi lettori, certamente più che del suo autore. Se poi i lettori in questione sono del calibro di Eleonora e Piero, la cosa si fa ancora più interessante.

Ogni tanto dico che quando scrivo, mi capita che un personaggio prenda una decisione nonostante me, magari in pieno disaccordo con quello che avevo progettato e che aspettavo che facesse. Decide lui, o lei, e tocca a me essere onesto come autore e tenerne conto. Mi sono accorto ieri che succede anche con certi punti di svolta della trama, e con certi strati di interpretazione politica e filosofica. Il che naturalmente è una comoda metafora del rapporto tra la parte razionale di me – che pianifica, struttura, proietta e pensa alla storia – e quella irrazionale, che si ciba di memorie, pulsioni ed emozioni e prende il controllo quando metto la penna sulla carta (letteralmente: non mi azzardo mai a scrivere la prima versione di un capitolo direttamente su schermo, non lo so fare e se ci provo viene fuori una schifosissima collezione di cliché che neanche un modello di intelligenza artificiale). Sono abituato ad essere grato alla parte razionale e pianificatrice di me, soprattutto nel contesto di un’industria che è fondamentalmente meno strutturata di tutte quelle in cui ho lavorato nelle mie vite anteriori; forse però dovrei imparare ad essere grato soprattutto a quella irrazionale, che in realtà è quella che sa scrivere.

Che poi abbia anche rivisto amici antichi e meravigliosi, e che mi sia emozionato più di quanto non mi aspettassi, è abbastanza ovvio. C’era gente in quella sala che mi conosce da quando non sapevo scrivere, nel senso proprio delle lettere dell’alfabeto. Chissà cosa ne farà, la mia anima irrazionale, di tutte le emozioni di ieri sera. Chissà quando verranno fuori, in che cosa saranno trasformate, e a quale personaggio le presterò un giorno, volontariamente o no. Sarebbe impossibile, e anche un po’ ottuso, pensare di poterlo prevedere o pianificare.


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